La continua aggiunta di repository alle distribuzioni basate su APT può condurre l’utente ad avere un file sources.list estremamente complesso e, talvolta, comprensivo di doppioni o repository non più funzionanti.
Fortunatamente per aiutare gli utenti ad avere le fonti APT sempre in ordine esistono servizi Web come Ubuntu Sources List Generator: tramite una comoda interfaccia è possibile selezionare la versione desiderata della distribuzione e indicare quali repository aggiungere.
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Uno dei tool Linux più usati al mondo è certamente APT (Advanced Packaging Tool) il package manager a linea di comando incluso sia in Debian che in Ubuntu. Tool storico, presente ormai da diverso tempo su Linux. Non c’è utente Debian o Ubuntu che non abbia mai usato apt-get.
Ora stando a quanto dice Eugene V. Lyubimkin, uno degli sviluppatori di APT, questo progetto non è manutenuto. Questo in termini pratici significa che APT non supporterà nuove funzionalità, e inoltre i bug pendenti potrebbero non essere risolti.
Morto un tool se ne elegge un altro. Quale? Bella domanda. Scegliere il successore di APT non potrebbe essere proprio immediato, e neanche tanto semplice.
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Il sistema di installazione/aggiornamento utilizzato da molte distribuzioni è indubbiamente una tecnologia utile: permette di risparmiare tempo nella ricerca delle versioni più aggiornate dei nostri pacchetti e si occupa di fare il lavoro sporco per noi.
Se però con gli eseguibili di Windows risulta più facile fare la copia di un software ed effettuarne l’installazione su un altro PC senza ripetere il download, con Linux il discorso si fa un po’ più complesso: quasi ogni package manager ha un sistema di cache ma condividerla tra più PC può essere un’operazione non banale.
Per gli utilizzatori di Debian/Ubuntu, fortunatamente, c’è una soluzione molto semplice: Approx.
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Una delle principali caratteristiche che differenzia le numerosissime distribuzioni che vanno a comporre il panorama GNU/Linux è di certo la presenza di un gestore dei pacchetti che si distingua dagli altri per una qualche caratteristica più o meno efficace e interessante. Ogni team di sviluppo ha deciso, al momento della nascita della distribuzione, a quale affidarsi, e sono diversi i casi in cui sono stati scritti da zero interi strumenti per l’installazione del software.
Vediamo insieme quali sono le principali soluzioni per le differenti distro, come è possibile utilizzarli e quali sono le loro caratteristiche.
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Oggi mi sono imbattuto in un progetto particolarmente interessante: PackageKit, che si propone come il risolutore dell’enorme confusione che troviamo nelle distribuzioni Linux per quanto riguarda l’installazione di pacchetti, con un approccio decisamente diverso dal solito.
Infatti, anziché provare a creare un metodo universale e unificato, cosa che anche per me ormai ha poco senso, PackageKit mira ad essere un’interfaccia universale ai sistemi di gestione pacchetti già esistenti. In pratica, anziché usare yum, smart, apt, rpm o chissà che altro, avremo un solo tool che, da solo, elabora il pacchetto, trova le dipendenze e lo installa/aggiorna senza ulteriori patemi, in automatico.
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