Proprio in questi giorni il Fedora Engineering Steering Committee ha approvato la nuova lista delle caratteristiche per la prossima release stabile della distribuzione: Fedora 17. Nel calderone delle modifiche da avere per questo rilascio troviamo anche un punto chiave: è stato infatti accettato che il filesystem di default diventi BTRFS.
In realtà tale piano era stato approvato anche per la release precedente, Fedora 16, ma durante il ciclo di sviluppo si era deciso di rimandare la cosa per via del fatto che a BTRFS mancano ancora gli strumenti di manutenzione che un buon filesystem deve necessariamente avere per essere una buona scelta predefinita.
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Due distribuzioni nuove nuove l’un contro l’altra armate: Fedora 16 ed Ubuntu 11.10, che si scontrano nel consueto campo di battaglia diretto dalla Phoronix Test Suite. La prima monta il kernel 3.1 mentre la seconda Linux 3.0. Per entrambe EXT4 quale filesystem e GCC del ramo 4.6 come compilatore.
Vengono confrontate le versioni a 64 bit dei sistemi operativi nelle loro configurazioni di default e driver open su tre differenti hardware: un notebbok “vecchiotto”, un eeePC ed un nuovo portatile con processore i7, tutti con una dotazione di RAM dai 2GB in su.
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Nella nostra prova su strada di Fedora 16 ad appena qualche ora dall’uscita, avevamo lamentato l’assenza di impostazioni predefinite soddisfacenti, ed avevamo scritto come effettivamente per avere un ambiente che soddisfacesse a pieno l’utente (almeno noi) si dovesse ricorrere a qualche “trucchetto” dell’ultimo minuto.
Fortunatamente in casi del genere, per i fedoriani più accaniti viene in aiuto Fedora Utils, un pratico script dotato anche di interfaccia grafica GTK+ 3.0 il quale, in pochi semplici passaggi, si prepone di rendere la configurazione di Fedora molto più facile per utenti inesperti: una comoda finestra di dialogo guiderà l’utente attraverso ogni singolo aspetto personalizzabile della distro.
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Proprio ieri, in occasione del rilascio di Fedora 16, abbiamo pubblicato le nostre impressioni sulla versione “principale”, ossia quella con GNOME come ambiente grafico di default. Quest’oggi invece parliamo della spin KDE, che come la variante GNOME porta con sé una serie di novità scottanti sia sopra che sotto il cofano.
Come al solito ci sono state cose che ci hanno stupiti, e cose che ci hanno fatti rimanere un po’ di sasso: di positivo c’è molto, come la reattività generale del sistema. Sono finiti a quanto pare i tempi in cui Fedora si portava dietro la brutta nomina di pachiderma, e adesso facendo il boot della distro di Red Hat si capisce come le cose siano cambiate.
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Come abbiamo scritto questa mattina, è stata rilasciata oggi la nuova stable release di Fedora, distribuzione desktop-oriented sviluppata dalla comunità in seno a Red Hat. Abbiamo così deciso di darle una chance per una breve prova su strada, e vedere come si comportava appena installata.
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Dopo un po’ di tempeste per quello che riguarda la data delle principali milestone del progetto, è stata finalmente rilasciata Fedora 16, nome in codice Verne: come di consueto, con questa release la distribuzione occupa ancora una volta unn ruolo di avanguardia nel panorama open source, essendo una delle prime (se non la prima) ad aver avviato la coversione in maniera predefinita del tradizionale sistema di init SysV in SystemD.
La filosofia bleeding edge di Fedora quindi si fa sentire, dettando l’inclusione in questa release di GNOME 3.2, uscito da poco, e di KDE 4.7.3 nella spin dotata dell’ambiente basato sulle librerie QT. Dalla parte dell’infrastruttura server troviamo invece l’ultima versione di OpenStack, al quale recentemente è migrata anche Canonical. Ulteriori cambiamenti possono essere trovati nella lista delle nuove feature che risiede nella apposita pagina del wiki.
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Il Filesystem Hierarchy Standard definisce la struttura dell’albero di cartelle cui ogni sistema Linux (e più generalmente UNIX-derivato) dovrebbe attenersi e che trova un discreto riscontro in pressoché tutte le più famose distribuzioni del pinguino.
Tuttavia /bin, /sbin, /usr/bin e /usr/sbin sembrano (probabilmente a ragione) un po’ troppe per gli sviluppatori Fedora, che propongono di includere tutti gli eseguibili in /usr/bin.
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