Se l’affermazione Linux su desktop continua a sembrare una mera utopia da una parte, mentre dall’altra c’è la convinzione che si sia man mano più vicini a tale obiettivo grazie agli sforzi di alcuni, c’è chi riduce (parzialmente) la soluzione a un semplice punto. E la soluzione si chiamerebbe app store.
In un articolo pubblicato su TechRadar, si tenta un’analisi di quello che è appunto il fenomeno app store, nato per volere di Apple e poi sempre più diffuso su altre piattaforme – Android Market e Chrome Web Store, tra le più note – con un successo del tutto inaspettato:
[...] c’è qualcosa di molto intuitivo nell’idea di un app store, e sto cercando di capire perché non sia avvenuto prima. Questo è vero in particolare per Linux, che ha avuto una certa approssimazione verso un App Store per più di un decennio.
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Secondo Ian Murdock, il padre di Debian, il sistema di package management è la più grande innovazione che (le distribuzioni) Linux abbiano portato all’Informatica: risulta chiara l’importanza di tale argomento nell’utilizzo di un sistema Linux, e il presente articolo intende presentare tale feature all’utente da poco approdato a questo universo.
I sistemi operativi basati su Linux consistono di migliaia di pacchetti software, che contengono software (ad esempio un programma browser, una libreria o un particolare font) e altre informazioni per la sua corretta installazione, quali, tra le altre, la lista delle sue dipendenze (lista di altri pacchetti necessari per il funzionamento).
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Differentemente da altri sistemi operativi, i software di package management di ogni distribuzione Linux che si rispetti garantiscono un completo, puntuale, armonico (coinvolgono tutti i file, tenendo conto delle loro dipendenze) e sicuro (grazie al controllo di checksum e firma elettronica) aggiornamento di ogni oggetto del sistema.
Come per ogni strumento potente, l’utilizzatore, tuttavia, non può sottrarsi dal conoscerne le criticità; nel passato abbiamo trattato della pulizia di pacchetti obsoleti e configurazioni residue, e oggi ci occupiamo della consistenza di un sistema a seguito di un aggiornamento.
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Uno dei tool Linux più usati al mondo è certamente APT (Advanced Packaging Tool) il package manager a linea di comando incluso sia in Debian che in Ubuntu. Tool storico, presente ormai da diverso tempo su Linux. Non c’è utente Debian o Ubuntu che non abbia mai usato apt-get.
Ora stando a quanto dice Eugene V. Lyubimkin, uno degli sviluppatori di APT, questo progetto non è manutenuto. Questo in termini pratici significa che APT non supporterà nuove funzionalità, e inoltre i bug pendenti potrebbero non essere risolti.
Morto un tool se ne elegge un altro. Quale? Bella domanda. Scegliere il successore di APT non potrebbe essere proprio immediato, e neanche tanto semplice.
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Così come Slackware anche i principali sistemi BSD non dispongono per default di package manager evoluti simili ad APT/YUM: alcuni utenti vedono questa scelta come un pregio del sistema, altri invece la vedono come una seria limitazione alla sua usabilità.
Con l’obiettivo di rendere più appetibile NetBSD e ridurre i tempi necessari all’installazione di un sistema completo, lo sviluppatore Emile Heitor ha quindi dato vita a Pkgin (pronunciato come “pay-kay-djin”), un package manager sulla falsariga di APT/YUM che utilizza pkg_summary per l’installazione, la rimozione e l’aggiornamento dei pacchetti e delle relative dipendenze, utilizzando un repository remoto.
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Gli “Ubuntiani” sanno bene che uno degli aspetti della distribuzione di Canonical che dovrebbe essere migliorato è la gestione dei pacchetti. Bisognerebbe “mettere mano” al sistema e fare ordine tra i diversi applicativi esistenti: Synaptic Package Manager, Update Manager, Add/Remove, GDebi.
Questa è una questione che riguarda, chi più chi meno, tutte le distribuzioni Linux. Non meraviglia, quindi, che Canonical, tipicamente abbastanza attenta a tutte le innovazioni, sembra abbia deciso di rispolverare una vecchia idea, risalente al lontano agosto 2005, proprio per porre fine a questa “giungla”.
All’epoca, cioè nell’anno 2005, Matthew Paul Thomas, aveva già proposto di unificare tutti i software di amministrazione dei pacchetti in un unico applicativo più sicuro, ottimizzato, che producesse minore “spazzatura” e che fosse anche più user friendly. Il nome in codice del progetto era “AppCenter”.
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Proseguono i lavori per la release openSUSE 11.2, anche se, ad oggi, ancora non è stata confermata la roadmap pubblicata sul sito della distribuzione, e non è stata fornita alcuna data ufficiale per il rilascio.
Leggendo la lunga mailing list che discute del rilascio di openSUSE 11.2 sembra che i lavori dovrebbero prevedere un ciclo di sviluppo basato su cinque release Alpha e quattro release Beta. La data finale dipende dall’evoluzione dei progetti KDE e Gnome. KDE 4.3 sembra essere previsto per il mese di giugno, mentre Gnome 2.28 sembra sarà rilasciato nel mese di settembre. Attendere il rilascio di entrambi i Desktop Environment implica che openSUSE 11.2 sarà disponibile entro la fine del mese di novembre 2009. Cosa questa che non è gradita a tutta la comunità openSUSE.
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Una delle principali caratteristiche che differenzia le numerosissime distribuzioni che vanno a comporre il panorama GNU/Linux è di certo la presenza di un gestore dei pacchetti che si distingua dagli altri per una qualche caratteristica più o meno efficace e interessante. Ogni team di sviluppo ha deciso, al momento della nascita della distribuzione, a quale affidarsi, e sono diversi i casi in cui sono stati scritti da zero interi strumenti per l’installazione del software.
Vediamo insieme quali sono le principali soluzioni per le differenti distro, come è possibile utilizzarli e quali sono le loro caratteristiche.
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