Nonostante Oracle abbia deciso di escludere dalla licenza l’autorizzazione a redistribuire Java 6 nelle varie distribuzioni Linux, da diversi anni c’è una valida alternativa open source, ovvero OpenJDK sulla quale molte distro hanno già ripiegato. Nel frattempo Red Hat, dopo aver reso disponibile la virtual machine IcedTea, ha iniziato a lavorare dietro le quinte ad un nuovo linguaggio.
I primi rumor risalgono allo scorso aprile, quando questo era ancora in via di definizione e a distanza di otto mesi, Red Hat rilascia la prima milestone per il suo linguaggio open source ed alternativo a Java, ovvero Ceylon.
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La popolarità di Red Hat Enterprise Linux si estende ben al di là della sua base di utenti: a differenza di concorrenti come SUSE, infatti, la distribuzione di Red Hat vanta diversi cloni liberi, basati sui sorgenti messi a disposizione dall’azienda.
Le versioni libere di RHEL più popolari di RHEL sono essenzialmente due: CentOS e Scientific Linux; entrambe offrono un sistema praticamente identico ma sia il ciclo di sviluppo, sia altri dettagli riguardanti la loro natura le rendono, comunque, due prodotti differenti.
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Java è universalmente riconosciuto per essere un linguaggio portabile, adatto allo sviluppo, all’uso su larga scala e per caratteristiche come la gestione automatica della memoria e la mancanza di puntatori in stile C, che consente quindi di rilevare facilmente errori in fase di sviluppo. Sicuramente non mancano però alcuni segni visibili di “vecchiaia”, tra gli altri una gestione semplificata degli XML e una corretta definizione delle interfacce utente.
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La decisione di Red Hat di non rendere disponibili le singole patch applicate ai kernel di RHEL è stata presa per ostacolare i concorrenti dell’ambito enterprise ma, stando a quanto riportato da The H Online, sembrerebbe che gli effetti non siano così certi.
Matthias Eckermann, senior product manager di SUSE Linux Server, ha infatti dichiarato che questo cambiamento non avrà effetti sulla distribuzione di Novell dato che le patch da loro incluse, nella maggior parte dei casi, vengono discusse con il resto della comunità Linux.
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Red Hat gode storicamente del rispetto della comunità perché, pur offrendo una distribuzione commerciale, ha sempre rispettato i vincoli delle varie licenze free/open, permettendo addirittura la diffusione di versioni senza brand della sua Enterprise Linux (CentOS, Scientific Linux).
L’entrata nel mercato di Oracle con la sua Unbreakable Linux rischia, sfortunatamente, di porre fine a questo clima di collaborazione: per evitare che l’azienda concorrente si avvantaggi del gran numero di patch apportate al kernel dai suoi ingegneri, Red Hat ha infatti cessato di distribuire le singole patch.
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Una delle sorgenti di potenziali problemi, specie per le aziende che producono software distribuito solo in formato binario, ma anche per quegli utenti provenienti dal mondo Windows, è la grande abbondanza di formati per la distribuzione di pacchetti; come se ciò non bastasse, la gestione delle dipendenze non è univoca, e l’utilizzo dello stesso formato di impacchettamento su due distribuzioni diverse non garantisce l’utilizzabilità degli archivi creati, anche in caso di parità di architettura hardware.
I tentativi per superare questo problema sono stati molteplici, e coronati da scarso successo; ciò, evidentemente, non ha scoraggiato alcuni sviluppatori Fedora, Debian, Ubuntu, openSUSE, Mandriva e Mageia dal riunirsi presso l’ufficio di Norimberga di SUSE per proseguire sulla strada del negoziato che dovrebbe portare al sistema unificato AppStream, uno di quegli app store tanto temuti da Jimmy Wales, il fondatore di Wikipedia.
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Se l’anno di Linux per i desktop non è ancora arrivato (se mai arriverà così come alcuni lo desiderano), nell’ambito server i pinguini, a ragione, contano su numeri sempre maggiori; con l’anno 2010 ormai al termine, ServerWatch riporta un interessante articolo su quali piattaforme server, UNIX-derivate o non, risultino vincenti o perdenti.
Come anche registrato da Netcraft, sempre più webserver utilizzano Apache e Nginx (su piattaforme *nix), così come il trend dei mailserver conferma: tale scenario non può che decretare due principali sconfitti: Microsoft e soprattutto Apple, che ha da poco chiuso la sua linea XServe, dedicata all’ambito server, appunto.
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Complice la (momentanea?) incertezza sulle sorti di SUSE, l’importanza di Red Hat, saldamente al comando delle distribuzioni Linux commerciali, sembra conoscere momenti di assoluto splendore, riflesso anche dai floridi guadagni dell’azienda: ma è tutto oro quello che luccica?
Phoronix risponde a tale domanda, come sempre limitatamente al comparto prestazionale (questa volta su due PC desktop con processori AMD e Intel, hard disk “tradizionale” e grafica ATI), confrontando Red Hat Enterprise Linux 6 (da poco rilasciata) con alcune tra le più famose distribuzioni server (commerciali e non): Debian 6 (development), Ubuntu 10.04.1 LTS server, openSUSE 11.3 e RHEL 5.5, tutte nelle build a 64 bit.
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Una falla in OpenSSL è stata scoperta da Red Hat, che ha prontamente segnalato la cosa e ha provveduto a fornire un rimedio per eliminarla. Una vulnerabilità che, se sfruttata, permette l’esecuzione di codice maligno da parte di un eventuale malintenzionato.
Le versioni coinvolte sono quelle dalla 0.9.8f alla 0.9.8o, oltre che la 1.0.0 e la 1.0.0a. La fonte del problema è stata rintracciata nel codice di OpenSSL relativo al parsing di estensioni TLS: nel caso in cui più sessioni cerchino di impostare un host name si viene a creare una situazione overflow, sfruttabile da remoto per l’esecuzione di 255 byte di codice.
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